La Battaglia di Trieste: entrare nelle dinamiche delle vicende dell’ultimo mese nella città di Trieste non è semplice, soprattutto per chi la città non la conosce o la osserva da lontano.

Anzitutto diventa necessario un breve riepilogo degli eventi principali di quella che per il mondo novax/nogreenopass passerà alla storia come la “battaglia di Trieste”.

In risposta all’obbligo di Green Pass sul luogo di lavoro imposto dal Governo, uno dei principali sindacati dei lavoratori portuali di Trieste (Coordinamento Lavoratori Portuali Trieste, CLPT) indice il blocco generale dello scalo giuliano. Subita la minaccia di bloccare uno degli snodi logistici principali del Nord Italia, il Governo, attraverso una nota del Ministero degli Interni, garantisce ai lavoratori portuali la possibilità di ottenere tamponi gratuiti dalle aziende portuali. Strategicamente il Governo ottiene la rottura del fronte dei portuali: di fatto gran parte dei manifestanti già venerdì 15 ottobre è regolarmente al lavoro sfruttando l’apertura governativa.

Il blocco totale non è più sostenibile per il CLPT, si rischierebbe lo scontro tra portuali e soprattutto sono le ventilate dimissioni del Presidente dell’Autorità Portuale Zeno D’Agostino a spostare l’ago della bilancia.

Per voce del leader del Sindacato, l’allora ancora sconosciuto Stefano Puzzer, il blocco viene trasformato in un presidio permanente: chi vorrà recarsi al lavoro potrà farlo senza ostacoli.

Tra sabato e domenica però si assiste ad un massiccio afflusso di manifestanti da ogni parte d’Italia: il Varco 4 del Porto di Trieste diventa ormai una sorta di mito capacitante della battaglia novax/nogreenpass di tutta la penisola.

Domenica 17 ottobre.

Nel tardo pomeriggio avviene la principale spaccatura in seno al Coordinamento Lavoratori Portuali Trieste, con un gruppo maggioritario che rientra al lavoro ed un gruppo più oltranzista guidato da Stefano Puzzer che decide di continuare la protesta.

Siamo in un frangente in cui la protesta è ancora in mano al sindacato. È questo è un fattore decisivo: infatti per quanto sia una sindacato di ambigua formazione e per quanto la protesta sul Green Pass (ma più in esteso sulla questione vaccinale) sia condivisibile o meno, rimane nell’alveo di una vertenza sindacale, i cui metodi, per quanto illegali, sono legittimi.

Infatti fino a quel momento forze dell’ordine e politica si sono limitati ad osservare e a tentare la mediazione.

La situazione è sostanzialmente precipitata nella notte di domenica, quando il presidio non era più sotto controllo dei portuali, totalmente soppiantati dai militanti novax.

Il “golpe” è stato mosso in combutta da Stefano Puzzer e dal neo consigliere comunale Ugo Rossi (Movimento 3V). Il tam tam social e mediatico ha permesso di aggregare al Varco 4 persone da ogni parte d’Italia e i portuali sono diventati una minoranza simbolica ma insignificante. Si tenga conto che se nel primo giorno di protesta si contavano ufficialmente tra le 300 e le 400 presenze di lavoratori del porto, nei giorni successivi le presenze sono scese a 140, poi a 40 e infine alle 20/30 persone che formavano lo “scudo umano” davanti alla polizia nella giornata di lunedì. Sostanzialmente i fedelissimi dell’oltranzista Puzzer.

Fin qui i fatti, che smentiscono la prima bolla social: il mito dei portuali in lotta contro Draghi è fattualmente venuto a cadere domenica pomeriggio. Il resto è semplice e pura narrativa.

A fianco delle bizzarre personalità locali (Fabio Tuiach, Marcello Di Finizio, Ugo Rossi) sono scesi in città altri volti noti: Giorgio Bianchi, l’ex Generale Pappalardo, Enrico Montesano, Gianluigi Paragone e la “Leonessa di Chivasso”, per citare i più famosi.

Lunedì 18 ottobre.

Il Governo decide per l’azione di forza: lo sgombero.

A questo punto diventa necessaria una specifica: nell’analizzare una piazza, un corteo o una protesta ho l’abitudine di scindere la massa dei manifestanti (persone in buona fede, poco ideologizzate o militanti spesso all’oscuro di quanto avviene a livelli più avanzati) da chi guida la manifestazione, chi protesta in buona fede e chi ha una (logica o meno) strategia politica.

Questa specifica serve ad evidenziare uno degli aspetti peculiari della situazione triestina, cioè il variegato mondo dell’indipendentismo triestino, l’unica vera forza sedicente antisistema della città. Richiami al Trattato di Pace del 1947, alla mancata giurisdizione italiana sul porto, alla libertà del Territorio Libero sono le parole d’ordine più frequenti tra i manifestanti, che si possono notare nelle lunghe 7 ore della diretta del canale Local Team presente sui social.

Tra bestemmie, immagini mariane, preghiere, canti, accuse di dittatura, “giù le mani dai bambini”, birra (tanta birra) e complotti vari, quella “woodstock novax” dopo lo sgombero si trasferisce in Piazza Unità d’Italia e diventa nient’altro che un tentativo di definire il diametro di una Capitol Hill in salsa italiana.

Trieste per chi si è imbevuto di propaganda Qanoniana in questi mesi non è altro che la battaglia delle battaglie dell’eterno scontro tra bene e male.

L’ascesa di Stefano Puzzer.

Da questi pochi giorni emerge la figura di Stefano Puzzer, che dal 17 ottobre abbandona ufficialmente il suo ruolo nel CLPT per guidare la piazza da neo leader del Coordinamento 15 ottobre, formazione di nuova creazione che si avvicina al Coordinamento No Green Pass, che trova in Ugo Rossi (Movimento 3V) un referente in città. Passano solamente cinque giorni e tra le due formazioni scende il gelo. Rossi accusa Puzzer di piegarsi al nemico, dopo che il portuale annuncia di aver ottenuto un incontro con il Ministro Stefano Patuanelli (triestino, ma soprattutto reggente di un dicastero non competente sulla vicenda!).

Per completare la totale giravolta, il 27 ottobre Puzzer abbandona anche il Coordinamento 15 ottobre per fondare “La gente come noi”, con il quale inizia una lunga e solitaria battaglia in gira per l’Italia, dopo aver cercato di bloccare un altro snodo strategico della città l’oleodotto della SIOT (27 ottobre). Un ennesimo tentativo di prova di forza che per Puzzer, l’ormai esiguo numero di portuali fedelissimi (poco più di una decina) e una massa sempre decrescente di militanti si risolve in un nulla di fatto, se non in un ennesimo bagno di mediaticità del nuovo simbolo della protesta.

Paradossalmente la Trieste novax/nogreenpass abbandona Puzzer e i suoi e il vasto movimento di protesta che si era coagulato al Varco 4 ormai si rivolge all’ala più oltranzista che si appoggia al neo consigliere comunale Ugo Rossi, che ottiene il supporto di frange ultracattolice giunte dal vicino Veneto (Gruppi Uniti Veneto) e di esponenti variegati dell’extra-parlamentarismo, in particolare dalla sinistra radicale del Nord Est. Risulta invece moderata o comunque relativamente insignificante la presenza di formazioni della destra radicale.

La battaglia di Trieste – © ansa

La questione strategica e la mezza vittoria dei portuali.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, lo snodo portuale triestino rappresenta uno dei principali del Nord Italia e dell’intera Mitteleuropa. È quindi evidente che il blocco totale patrocinato nelle prime ore dai portuali, all’epoca ancora maggioranza, rappresentava una preoccupazione reale per il Governo e i potentati economici. Inoltre stante la situazione in cui il CLPT poteva ancora controllare la piazza risultava più difficile e meno giustificabile agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e locale (non si dimentichi che Trieste già prima della protesta dei portuali avevano portato in piazza un numero di persone che in rapporto alla popolazione era il più alto d’Italia) un intervento di forza per sgomberare il Varco 4.

Inoltre a Trieste erano in corso le elezioni comunali, con il successivo ballottaggio che ha visto prevalere nuovamente il sindaco di Forza Italia Roberto Dipiazza, giunto al quarto mandato.

Un vuoto di rappresentatività politica, una scarsa adesione alla campagna vaccinale con risultati da maglia nera in Italia, una folta presenza di stranieri di origine balcanica o slava che sulla scia di quanto avviene nei loro paesi ripongono pochissima fiducia in vaccini e scienza in generale, hanno creato una potenziale situazione esplosiva. Il 15 ottobre, banalmente, i portuali tenevano in mano mezzo Paese e potenzialmente un bel pezzo d’Europa.

In questa situazione a goderne fu nell’immediato il meno performante ma vicinissimo porto sloveno di Capodistria che riuscì a far transitare nel suo scalo alcuni spedizionieri altrimenti indirizzati a Trieste.

La Battaglia di Trieste e i tamponi gratis.

La risposta del Governo, con la già citata nota della Ministro Lamorgese che concedeva i tamponi gratuiti ai portuali poteva essere considerata una “mezza vittoria” o almeno una vittoria per parte consistente della protesta, che infatti abbandonò il blocco e sostanzialmente rientrò al lavoro.

Già in quel frangente Puzzer e i suoi fedelissimi avevano perso la “battaglia” sul campo ma avevano iniziato una più logorante sfida a livello mediatico e social. Logorante soprattutto per i protagonisti diretti, che si stanno sciogliendo come neve al solo, giorno dopo giorno schiacciati dalla mancanza di una prospettiva concreta di lotta praticabile.

Con la concessione sui tamponi e la promessa di un incontro con un rappresentante del Governo, abilmente schedulato a distanza di 6 giorni, Draghi e i suoi scommettevano sul logoramento della classe dirigente della protesta e lo scollamento rispetto a quella fetta consistente di città che solidarizzava con i manifestanti della prima ora, cosa che puntualmente è avvenuta.

La lunga occupazione di Piazza Unità, perdurata per oltre cinque giorni, con il già citato Gruppi Uniti Veneto a reggere il moccolo e a improvvisare un raduno di mistici conferenzieri e di imbarazzanti cantautori ha definitivamente dato il colpo di grazia alla protesta.

Nelle prime giornate della protesta i manifestanti avevano colto con notevole astuzia luogo e forma della protesta, ma alla lunga, logorati da protagonismo e diffidenze reciproche e soprattutto imballati dall’assenza di una prospettiva a lungo termine (che li ha portati ad annullare il grande corteo che avrebbe dovuto tenersi il 22 ottobre, per il quale erano segnalate numerose frange violente pronte a giungere in città), hanno colto la più cocente delle sconfitte. Con il risultato di un Governo che si è sentito più forte e legittimato nell’utilizzo di direttive sempre più coercitive e limitanti.

La questione indipendentista.

Il 6 novembre scorso, all’indomani del divieto di manifestare in Piazza Unità (oltre ad una serie di misure impraticabili, perché impossibili da sanzionare) si è tenuta l’ultima grande manifestazione novax/nogreenpass a Trieste, patrocinata dal Coordinamento No Green Pass.

Dopo un lungo corteo sostanzialmente pacifico nei comportamenti ma non nelle parole d’ordine, un gruppo di manifestanti più oltranzisti ha cercato di sfondare il blocco che la polizia aveva cinto attorno alla Piazza vietata.

Ancora una volta le lunghe dirette social hanno drammatizzato una situazione che, sia pur non comune, era tutt’altro che ingestibile o violenta. Ma soprattutto hanno messo in evidenza un fattore di primaria importanza: alla testa di questo gruppo di oltranzisti stavano sia il consigliere Ugo Rossi sia un gruppuscolo di sostenitori dell’indipendentismo triestino.

Il mondo indipendentista è una congrega variegata di posizioni anti italiana, che rinasce dopo una lunga sonnolenza una decina di anni fa, facendo leva sulla rivolta fiscale e sulla riscoperta degli indipendentismi regionali che trovarono linfa vitale negli allora movimenti antisistema (forconi, venetisti, 5 stelle delle origini, ecc ecc). Il fatto che dopo una decina d’anni di divisioni e frammentazioni l’area indipendentista si sia ricompattata nell’opposizione alla “dittatura sanitaria” non può essere un caso.

Nel corso di questo decennio il frastagliato mondo indipendentista ha raggiunto il suo apice e ha conosciuto una rapida caduta. Al corteo del settembre 2013 che portò in strada moltissimi triestini si susseguirono scissioni, dure accuse tra i leader e tonfi politici ed elettorali.

La Frammentazione.

Il movimento ha così seguito linee ben distinte: da un lato chi auspica una crescita economica del Porto Franco, sul quale puntare per una scissione “leggera” da Roma (ad esempio il gruppo di Rinascita Triestina), dall’altra parte chi ha puntato ad una reazione forte nei confronti del potere centrale anche se puntando su una posizione “entrista” nelle istituzioni italiane (ad esempio la Federazione del TLT di Giorgio Marchesich o Podemo, che si sono recentemente presentate alle elezioni comunali) o su posizioni più “puriste” (come quella “intellettuale” di Trieste Libera di Roberto Giurastante o come quella “giuridica” di Assembly Project TLT di Vito Potenza).

Durante la crisi pandemica le varie proteste che si sono manifestate nelle diverse città italiane hanno rilanciato gli aspetti “estremi” a seconda delle specificità cittadine: movimenti di destra radicale, centri sociali, gruppi ultrà hanno incanalato e guidato le piazze a seconda della loro capacità di radicamento locale. A Trieste sono riemersi gli indipendentisti. Lo stesso CLPT nasce e prolifera all’interno di uno dei principali gruppi indipendentisti triestini (quello legato a Vito Potenza) e Stefano Puzzer ha spesso rivendicato queste posizioni politiche.

La frattura dei “tiellettini” ha rispecchiato anche le posizioni nei confronti delle proteste: Marchesich (Federazione), Stock (Podemo) e Potenza (NGO) hanno appoggiato, sia pur con forme differenti i manifestanti, Rinascita Triestina ha duramente criticato il blocco del Porto, mentre Giurastante pare non abbia manifestato pubblicamente una presa di posizione, segno di un distacco alla “fu lotta” dei portuali.

Ugo Rossi.

Ugo Rossi e Giorgio Marchesich – Foto dalla rete

In quest’ottica diventa centrale la figura di un esterno, il friulano neo consigliere comunale Ugo Rossi (Movimento 3V).

Se Puzzer era una creatura di Vito Potenza, su Rossi si è lanciato a capofitto Giorgio Marchesich, che dopo averlo “sfidato” alle elezioni ne ha capito l’utilità: da consigliere comunale, provocatore e rumoroso, capace di muovere un buon consenso, Rossi può diventare il punto di riferimento degli indipendentisti più radicali. Può fungere da catalizzatore delle pulsioni più duramente anti-romane.

Personalmente ritengo impossibile che Rossi possa diventare un leader per gli indipendentisti (penso che tenterà la scalata al Consiglio comunale di Udine nel 2023), ma può svolgere un ruolo di “chiamata a raccolta” ugualmente rischioso per il futuro assetto politico della città.

Alle ultime comunali Rossi ha preso oltre 3702 voti, Marchesich 1130, Stock 491. Un bacino potenziale di 5323, al quale possiamo tranquillamente aggiungere una fetta dell’elettorato astensionista (in buona sostanza chi ritiene illegittime le istituzioni italiane, da posizioni più radicali). Non andiamo molto lontani da una fetta di circa l’8/10% di elettori che galvanizzati dagli eventi recenti possono rappresentare nuovamente una massa critica di cui la città dovrà tenere conto.

Da questa divisione (Marchesich-Rossi/Puzzer-Potenza) emerge però un enorme controsenso di questo mese: dopo essere proliferato in un ambiente indipendentista, Puzzer ha cominciato a frequentare ambienti sedicenti “sovranisti” (Paragone con Italexit, Ancora Italia di Diego Fusaro, per non parlare dei “No paura day” che percorrono l’Italia con tutti gli “arnesi” del qanonismo all’amatriciana), mentre Ugo Rossi che si candida e ottiene il poso in Consiglio Comunale con un movimento di protesta a respiro nazionale coglie l’importanza di legittimarsi come leader indipendentista.

Ancora più patetico è invece il tentativo di accaparrarsi l’interrogazione parlamentare sulla violazione degli accordi internazionali in merito al Territorio Libero di Trieste di Gianluigi Paragone (che scopriamo oggi essere sostenitore dell’uscita non solo dell’Italia dalla UE, ma anche di Trieste dall’Italia, alla faccia del “sovranismo!) che inizialmente viene rivendicata da Giorgio Marchesich, ma successivamente scopriamo “sollecitata” da Vito Potenza e dal suo Triest NGO.

Grande è la confusione sotto il cielo…

Ma è tutta colpa solo dei novax?

Il Friuli Venezia Giulia rischia di diventare la prima regione a tornare in zona gialla, accompagnata dalla provincia autonoma di Bolzano. Sul perché a trascinare i contagi in Italia siano due città (Trieste e Bolzano) storicamente legate ad un retaggio asburgico qualcuno dovrebbe analizzarlo da un punto di vista socioculturale. Ma a dare un’occhiata a quanto avviene nella vicina Austria qualche idea sull’asburgico rispetto di regole e convenzioni sociali lo abbiamo.

La crescita di contagi e di ospedalizzazioni ma soprattutto il focolaio causato dalle proteste, certificato dalle auto dichiarazioni fiduciarie dei manifestanti, ha sollevato un enorme indignazione in città. Una virtuale raccolta firme per “Trieste città della scienza, del lavoro e della cultura” ha raggiunto oltre 75.000 firmatari (prima di incorrere in fact checking: si troverete anche la mia firma virtuale, pur ritenendola solo di parziale utilità). Sull’onda emotiva di questa “controrivolta” seppur solo virtuale, si è registrato l’intervento delle Autorità locali (Presidente della Regione Fedriga, Sindaco Dipiazza, Prefetto Valenti) che oltre ad annunciare le già citate limitazioni alle manifestazioni hanno duramente attaccato i “novax” e gli organizzatori delle proteste.

Una reazione di pancia, che non ha fatto altro che allontanare ancora di più le posizioni delle parti in causa e soprattutto hanno offerto nuovamente ai novax un’ancora di salvataggio morale: scaricando tutte le responsabilità per la situazione sanitaria solo sui manifestanti, le autorità si sono lavate le mani degli ennesimi errori di programmazione a cui ancora oggi, a due anni dallo scoppio della pandemia, assistiamo.

La battaglia di Trieste passa attraverso l’ASUGI nuovamente subissata di lavoro, le terapie intensive occupate appena al 10% sono già in crisi, sospensioni o forzature rispetto a sanitari novax sono giunte con colpevole ritardo e stanno creando non pochi problemi dal punto di vista organizzativo, ma soprattutto non è stata apportata alcuna ipotesi di verifica sui quasi 12mila transfrontalieri che ogni giorno in media attraversano il confine tra Italia e Slovenia. Slovenia che con una popolazione vaccinata con doppia dose di poco superiore al 50% sta registrando un aumento di casi preoccupante, con una capacità diagnostica e di tracciamento da Terzo Mondo: nelle ultime settimane i casi positivi hanno superato il 50%. In pratica ogni due tamponi uno è positivo! Praticamente possono testare solo i sintomatici gravi, una situazione che non si verificava nemmeno a Bergamo nel marzo 2020.

Evidente che in questa situazione un novax che sottolinea l’incongruenza tra manifestanti e transfrontalieri non dice, solamente in questo caso, una banalità.

Ancora una volta si è cercato di salvare il tessuto economico a discapito della salute delle persone, non capendo che solo con un numero sotto controllo di contagi e ospedalizzazioni l’economia riparte, mentre rimandare ad eventuali picchi chiusure e limitazioni non fa altro che prolungarle nel tempo, creando ovviamente ulteriori disagi (a tal proposito rimando al libro di Luca Ricolfi, La notte delle ninfee).

Ombre cinesi o paranoie nere?

Dal palco improvvisato di Piazza Unità, il 19 ottobre l’ex pugile, ex consigliere comunale e ormai ex portuale Fabio Tuiach, nelle sua becera disamina dei fatti ebbe a dire: “la Rivoluzione doveva partire dal porto di Trieste perché qua Xi Jinping che è tanto buono e deve salvare il mondo dal COVID manda gli Evergreen cariche di container piene di vaccini per poi farli arrivare In Germania e nel resto del mondo. Noi li rispediremo indietro”.

Quello che pare uno sconclusionato ragionamento è in realtà una sorta di manifesto ideologico della “battaglia di Trieste”: la rilevanza strategica del porto, la questione cinese, la dicotomia bene/male, la questione vaccinale vengono riassunte in pochi secondi di discorso che strappano gli applausi convinti degli astanti. Poco importa che in Italia, in Germania o nel resto d’Europa non ci siano i vaccini cinesi, ma quelli americani, poco importa che si costruisca una falsità così esplicita. La Cina, il vaccino, Satana (Tuiach si dichiara cattolico tradizionalista) sono tre dei nemici da combattere.

A proposito di Luigi Bisignani.

Quello che secondo i novax/nogreenpass anche più alti intellettualmente (Freccero, Cacciari, Agamben) è il “modello Cina”, cioè banalmente una gestione della pandemia che ponga delle limitazioni e si discosti da quella aperturista patrocinata da Trump, Bolsonaro, dal primo Boris Johnson, dalla destra spagnola o dal governo svedese. Il tutto viene infarcito da visioni messianiche, bufale conclamate, slogan fuori contesto (l’ormai celebre “giù le mani dai bambini”). Scrive Clara Statello in un capitolo del libro “Contrasto al Covid-19: la risposta cinese”: “La relazione logica causa-conseguenza si rompe e viene sovvertita: la risposta al coronavirus diventa causa della pandemia, che si riduce a strumento di “inganno”, col quale imporre un modello di dominio. L’emergenza non è più la pandemia, ma la “dittatura sanitaria”, che altro non è che il modello cinese di risposta all’emergenza, ovvero quello che ha permesso alla Cina di vincere la battaglia contro il coronavirus e che le ha attribuito un vantaggio geopolitico sulla gestione del post-COVID. In definitiva il modello che è uscito vittorioso nel confronto tra Trump e il Partito Comunista Cinese”.

A rilanciare goffamente la questione cinese su Trieste ci ha pensato l’insider Luigi Bisignani sulle colonne del Tempo, quotidiano tristemente risalito nelle quotazioni dei novax per il patetico articolo sul numero di morti per “solo” coronavirus, con quel numeretto “3783” che è divenuto un folle mantra da ripete ad ogni occasione utile.

Il Bisignani riporta dell’esistenza di una particolare attenzione dei servizi di sicurezza AISE e AISI su Trieste e Gorizia. Nulla di nuovo, aggiungerei, conoscendo anche solo superficialmente la storia di queste due città di confine, che per un cinquantennio hanno rappresentato anche il confine ultimo tra NATO e sovietici. E nulla di nuovo, aggiungo nuovamente, conoscendo anche in questo caso solo superficialmente alcune dinamiche di movimenti di protesta più radicali. Che ci possano essere interessi, agenti infiltrati, sabotatori e intermediari più o meno occulti non penso sia una novità di così grande rilevanza.

Bisignani però decide di calare l’asso raccontando di interessi russi e cinesi su Trieste e sul suo porto. Cinesi e russi che “delegano” i manifestanti novax nel tentativo di bloccare la città e mettere i bastoni tra le ruote all’amministrazione americana. A supporto di questa tesi, Bisignani elenca quattro “indizi”: il ruolo di Zeno D’Agostino che fu colui che firmò l’accordo che avrebbe fatto del Porto di Trieste una delle “perle” della collana sulla Via della Seta patrocinata da Pechino; la morte “misteriosa” di Liu Zhan, alto funzionario dell’apparato cinese spesso in visita a Trieste; le forme di reclutamento nel dark web dei manifestanti più violenti (la polizia ha effettuato perquisizioni anche a casa di un militante Triestino nei giorni scorsi); le visite sempre più frequenti di diplomatici americani a Trieste.

In Conclusione.

Quattro elementi che francamente non capiamo come possano stare assieme in un atto di accusa contro Pechino. Anzitutto per quale motivo le visite del “deceduto misteriosamente” (come? Quando? Perché?) Liu Zhan siano sospette di interessi con i manifestanti, mentre quelle dei funzionari americani no? Se semplicemente entrambi cercassero di fare gli interessi dei loro paesi in città e in uno snodo logistico fondamentale? In secondo luogo Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità Portuale, aveva minacciato le dimissioni in caso di blocco del porto: che interesse avrebbero i cinesi nel manovrare manifestanti che avrebbero provocato le dimissioni di uno che lo stesso Bisignani descrive come amico di Pechino? In terzo luogo, che interesse avrebbero i cinesi nel manovrare una protesta che si esprime con sempre più pesanti argomenti anticinesi? Argomenti che si abbeverano dalla propaganda novax che, secondo le analisi dei metadati di esperti nel settore, per il 65% dei post è gestita da 12 influencer statunitensi, che è finanziata ed incoraggiata da personaggi come Steve Bannon, già consigliere di Donald Trump, e Guo Wengui, imprenditore cinese attualmente esule negli Stati Uniti, dalle sette evangeliche statunitensi o dalle congreghe ultracattoliche in Europa che vedono nell’ex Nunzio Apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò uno degli esponenti di punta. Per non parlare di personaggi come Robert Kennedy, nipote di JFK, altro esponente di punta delle mobilitazioni novax, recentemente passato per l’Italia.

Solo noi notiamo una clamorosa incongruenza logica?

La Battaglia di Trieste di Marco Bagozzi per La Farmacia della Parola

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