Bukit Lawang è il classico “villaggio alla fine della strada” dove il mondo come lo conosci, passando velocemente attraverso tutte le sue sfumature, semplicemente finisce. Il villaggio alla fine della strada fa da cancello verso uno degli ultimi pezzi di mondo dove l’uomo non è ancora riuscito a portare la sua inarrestabile, spietata, sete di sfruttamento.

Il Villaggio alla Fine della Strada: direzione Sumatra

La strada che finisce a Bukit Lawang comincia per noi nella città di Medan.
Ci troviamo a Sumatra, in Indonesia, e per noi occidentali lo stacco con Singapore, tappa precedente del nostro viaggio, è già qualcosa di sensibile.
Il centro di Medan è un brulicare caotico di vita: non si capisce dove cominci una strada e ne finisca un’altra. Gli incroci sono delle piazze di mercato nelle quali auto, furgoni, trattori e sciami di motorini zig-zagano agilmente come globuli rossi nelle arterie di un organismo che si estende a perdita d’occhio, in una distesa di tetti in lamiera che si alternano a grandi costruzioni in cemento.


A bordo strada, schiere di negozi e baracche di gommisti, meccanici, fruttivendoli, venditori ambulanti di cibo, si alternano con scaffali enormi di olio di palma, venduto in barattoli, bottiglie, sacchetti di plastica, taniche, come fosse il bene indispensabile per qualsiasi cittadino.
Sulle nostre teste, nodi infiniti di cavi elettrici che si diramano tra gli edifici, finendo in alberi di antenne di ogni genere e dimensione. Aver campo del cellulare qui è sempre garantito.

In un tempo che pare non finire mai, la nostra strada esce dalla città. Quasi improvvisamente, lo scenario intorno a noi cambia e, mentre il traffico continua ad essere caotico seppure la velocità media sia sensibilmente aumentata, lo spettacolo fuori dai finestrini del lato destro è passato ad un’immensa distesa di terra brulla con qualche ciuffo verde qua e là.

Nel regno delle palme

Osservando dalla parte opposta invece, una fitta foresta di palme faceva da confine alla strada a perdita d’occhio.

Nel frattempo l’asfalto sulla nostra strada è diventato semplice terra, che in questa stagione, a metà pomeriggio, significa una sola cosa: fango. E con il fango si procede più lentamente.

Stiamo procedendo lungo il confine tra una famigerata piantagione di palme da olio ed il terreno che è stato appena falcidiato per far spazio alla sua stessa espansione.
Se prima vi fossero altre palme, albero della gomma o foresta non è dato saperlo.

Vista la vicinanza con la città in effetti è molto difficile si trattasse di foresta, ma la consapevolezza che quella distesa immensa di terreno sia stata sostanzialmente bruciata per far spazio alla coltivazione massiva di un solo e semplice ingrediente alimentare, diventa improvvisamente un pensiero che non mi abbandonerà per tutta la durata del viaggio e che filtrerà inevitabilmente ogni mia esperienza.

Le ore passano e il panorama non cambia finché non deviamo verso delle alture in lontananza alle cui pendici ritroviamo inaspettatamente dell’asfalto sulla nostra strada.

Cominciando a salire lentamente, ci rendiamo conto che tutto intorno a noi sembra inspiegabilmente più ordinato.
L’autista riesce ad andare più spedito, non che si faccia pregare particolarmente a riguardo. La strada è bella, pulita, l’asfalto sembra nuovo e le recinzioni a bordo strada danno l’impressione di essere quasi su un circuito da gara.

Il villaggio: la nostra meta

Oltre le recinzioni, fittissimi boschi di palme da olio, in mezzo ai quali ogni tanto si riescono a scorgere grandi fabbricati in lamiera intorno ai quali si può vedere una incessante attività. Ogni tanto lungo la strada incontriamo qualche camion, non particolarmente datato, carico oltre ogni possibilità di frutti di palma da olio: una sorta di enorme pigna, molto fibrosa, che racchiude tra le sue scaglie i frutti veri e propri necessari per l’estrazione dell’olio.

Dopo oltre un’ora attraverso questa strada che sembra essere l’unica tra queste colline, le piantagioni accanto a noi si interrompono per un attimo e la vegetazione aumenta clamorosamente la sua altezza media.

Per qualche minuto viaggiamo all’ombra di alberi molto alti e fitti, attraverso i quali filtra una magica luce ambrata.

Come fosse il preludio a qualcosa, questo spettacolo finisce velocemente, lasciando spazio a una piccola distesa di case.
Quando il furgone si ferma mi rendo conto che non siamo arrivati alla nostra guesthouse, ma che semplicemente la strada è finita.

Trenta metri alle nostre spalle, infatti, l’asfalto si è interrotto e davanti a noi si para semplicemente un muretto.

Siamo arrivati a Bukit Lawang: il villaggio alla fine della strada.

Una casa nel verde

Alzando gli occhi oltre il muretto che sancisce la fine indiscutibile della via, dopo qualche centinaio di metri di vegetazione, facendo scorrere lo sguardo su per le colline, le inconfondibili fronde ordinate delle piantagioni di palme la facevano da padrone.
Le colline da quel lato e a perdita d’occhio verso la pianura erano come ricoperte da ordinati pallini spinosi che le rendevano alla vista contemporaneamente rigogliose e asettiche, come se ci fosse qualcosa che non andava nonostante tutto quel verde.

Volgendo lo sguardo dalla parte opposta, oltre il fiume, lo spettacolo era diametralmente opposto.
Una ripida parete di intrecci infiniti ed indistinguibili di piante di ogni tipo si ergeva alle spalle dei pochi edifici che si trovavano su quel versante.
In cima alla ripida parete cominciava un vero e proprio altipiano ricoperto da alberi enormi.
Niente di più giusto in un verde così.
Pensare che quel verde sarebbe stato la mia casa per la settimana successiva mi mise un senso di serenità difficilmente descrivibile a parole.

Il villaggio alla fine della strada lo skyline

Ci addentrammo nel villaggio tra stretti vicoli tra le case, qualche negozio davvero piccolo, case semplicemente senza porta, motorini parcheggiati e qualche gatto guardingo. Arrivati sulle sponde del fiume, un lungo ponte alla Indiana Jones ci invitava a recarci sulla sponda opposta, dove ci attendeva la nostra guesthouse, proprio ai piedi della grande foresta.

Non mi dilungherò in sterili descrizioni del nostro campo base, basti sapere che era un posto veramente carino, confortevole e pulito.
Mi soffermerò invece su quanto le persone che lo frequentavano la sera per bere una birra, vendere qualcosa a noi turisti o sedersi ad un tavolo a suonare la chitarra. Tra una sigaretta e molte risate, mi hanno raccontato di questo villaggio alla fine della strada.

Il villaggio alla fine della strada: un po’ di storia

L’isola di Sumatra sarebbe per sua natura ricoperta di giungla equatoriale.
Principalmente sotto il dominio olandese, la foresta venne rasa al suolo inizialmente per far spazio a piantagioni di alberi della gomma provenienti dal Brasile.

A quell’epoca, infatti, Bukit Lawang non era un villaggio, bensì l’ultimo baluardo di una schiera di piantagioni di alberi della gomma che da Medan era arrivata fino alle pendici della catena montuosa del Leuser.

Quando ormai sembrava che la foresta dovesse soccombere definitivamente allo sfruttamento umano, grazie alla sinergia tra alcuni visitatori europei e la gente del luogo, tutta la zona del Leuser venne dichiarata Parco Nazionale e Patrimonio UNESCO e così, da essere un luogo di sfruttamento, si trasformò in uno dei primi centri di re-inserimento per Orangutan nel loro ambiente nautrale attivi al mondo, nonché in una delle riserve a maggior biodiversità dell’intero pianeta.

A partire dagli anni ’60 infatti, Bukit Lawang era soltanto un piccolo centro per il recupero di animali selvatici che necessitavano di essere re-inseriti nel loro ambiente naturale, in particolare gli Orangutan appunto, autoctoni nella zona, e fino al 1973 legalmente tollerati sul territorio indonesiano come animali da compagnia.
Ci sono casi documentati dello sfruttamento di questi animali in modi abominevoli, ma le persone nate e cresciute al confine con la foresta hanno un rispetto dei suoi abitanti e della foresta stessa che è tranquillamente sovrapponibile al rispetto che si prova per una divinità.
Così l’attività del luogo iniziò ad attirare visitatori, accademici e non, il che rese difficoltoso il lavoro per il centro di recupero in quanto, come è facile immaginare, non è semplice re-inserire in natura degli animali che hanno vissuto in cattività quando intorno a loro c’è un gran viavai di studiosi e turisti, nonché guide che magari per una mancia in più, allungano del cibo all’animale, vanificando mesi e mesi di lavoro nell’educarlo a non fidarsi dell’essere umano.

Questa attività crescente fece si che il centro chiuse, ma solo per spostarsi in un’altra zona, più difficilmente raggiungibile ma soprattutto meno allettante per i turisti.

Sì perché Bukit Lawang si trova in un punto veramente bello, incastonata all’ingresso di una gola che si tuffa nella giungla, attraversata dal fiume, ad un passo dall’ultimo pezzo intonso di foresta di questa grande isola.
Per queste sue caratteristiche, e per il fatto che ormai dopo anni di programma di re-inserimento, la popolazione di Orangutan era cresciuta sufficientemente da garantire facili avvistamenti, da piccolo agglomerato di edifici che era, Bukit Lawang crebbe velocemente, diventando il punto di riferimento per il turismo naturalistico di quella parte di Sumatra, garantendo trekking nella giungla per ogni tipo di turista.

Fino allo Tsunami del 2004.

Dopo il disastro

Non dimenticherò mai le lacrime del mio amico Dr.Wood, conosciuto tra i tavoli della nostra guesthouse mentre mi raccontava di come aveva perso ogni cosa, la moglie, due di tre figli, i genitori, i suoceri e il suo ristorante in una frazione di secondo, quando la gigantesca onda aveva risalito il fiume ed aveva spazzato via tutto ciò che era stato costruito.

Era nella giungla a lavorare la gomma, altrimenti sarebbe morto anche lui.

Quell’evento sconvolse chiaramente l’intera comunità, che però si rialzò velocemente puntando tutto sul rispetto della loro giungla e dei suoi abitanti, creando ex-novo un polo turistico relativamente di nicchia (soprattutto per locali) che permettesse di comprendere lo spirito di un popolo che vuole vivere in simbiosi con la natura circostante, senza cercare per forza di sfruttarla o dominarla.

Un giorno mi ritrovai a passeggiare con la nostra guida lungo un versante della parete dell’altipiano che non avevamo ancora battuto, e mi resi conto che sostanzialmente eravamo in una piantagione di palme da olio che però non sembrava essere attraversata dalla normale attività lavorativa alla quale ci eravamo abituati ad assistere e che oltretutto si trovava all’interno della riserva nazionale.
Chiesi al mio accompagnatore come fosse possibile: la storia che ne venne fuori mi lasciò a bocca aperta.

Con il crollo dei prezzi della gomma, verso la fine degli anni ’70 ci fu una grande crisi in quella zona del paese che portò moltissimi proprietari ad abbandonare i propri possedimenti. A volte le terre vennero suddivise tra coloro che vi lavoravano con più assiduità.
Rivelandosi questi terreni coltivati ad albero della gomma, molto più onerosi che redditizi, quando si presentarono le grandi multinazionali occidentali offrendo pochi spiccioli in cambio della conversione di quei terreni in piantagioni di palme da olio, nessuno si tirò indietro.

Olio da profitto lungo la strada

La palma da olio, a differenza dell’albero della gomma, ha un effetto devastante quando viene inserita in un contesto come quello presente a Sumatra.
Le radici della palma non scendono particolarmente in profondità ma si limitano a ricoprire il terreno in superficie, impedendo ad altra vegetazione di insediarsi.
Le fronde molto fitte delle palme fanno moltissima ombra, paradossalmente di più di quanto non ne faccia la canopea al margine della foresta, rendendo l’ambiente sottostante molto buio.
Il loro tronco è duro, spesso e fibroso, e non offre riparo o nutrimento ad alcun tipo di animale, così come i suoi rami e le sue foglie.
Il frutto della palma da olio poi è molto duro, e nessuno degli animali autoctoni della foresta è dotato delle caratteristiche necessarie a nutrirsene.

In pratica quindi, dove si piantano palme da olio, ci saranno solamente palme da olio.
Paradossalmente, dove si piantava albero della gomma, c’erano molte altre piante, ma soprattutto riparo per moltissimi animali.

La smania di arricchirsi tramite l’olio di palma fu tale all’epoca, da far si che si verificassero poi molteplici situazioni a dir poco imbarazzanti.

La nostra guida, infatti, mi fece capire che quella in cui ci trovavamo era l’unica piantagione di palme che avremmo potuto trovare su quel versante. Mi resi subito conto che a parte quelle viste oltre il muretto alla fine della strada, da questo lato del fiume, dal lato della foresta, non avevo visto altre palme.

Quando gli chiesi perché, la risposta mi lasciò esterrefatto.
Le due sponde del fiume che attraversa Bukit Lawang sono sostanzialmente composte da due tipi di terreno radicalmente differenti.
Il lato della foresta è composto da un tipo di rocce calcaree ricoperte da terriccio risultante da millenni di foresta morta e decomposta; l’altro lato è formato da terreno dove prima la foresta non cresceva in modo altrettanto rigoglioso.

Queste informazioni non interessarono a un imprenditore che voleva sfruttare il terreno, era evidente.
Riuscire a impossessarsene a un prezzo irrisorio, procedendo subito con la coltivazione massiva, fu alquanto semplice.

Quando l’imprenditore di turno si rese conto che da quel lato del fiume le palme sì crescevano, ma non davano frutti sufficientemente sfruttabili probabilmente a causa della differenza di nutrienti nel terreno, si ritrovò costretto ad andarsene con le proverbiali pive nel sacco, lasciando il terreno allo stato che lo accorpò alla riserva nazionale nella speranza di riconvertirlo in vera foresta.

Il villaggio alla fine della strada: be smart!

Mi venne spiegato come secondo gli abitanti del luogo, se ci fosse la volontà di mettere in opera uno sfruttamento “smart” del confine tra regno dell’uomo e regno della giungla, sarebbe possibile trarre benessere anche economico dall’attività di ri-forestazione di quelle aree.
L’albero della gomma, ad esempio, si integra perfettamente nell’ambiente proprio della giungla di confine che non è eccessivamente fitta, e contribuisce a rafforzarla.

Il primo giorno che salimmo sull’altipiano fu il giorno in cui ne ebbi la prova.

Infatti, come nelle migliori avventure che si rispettino, l’accesso alla giungla si raggiungeva dopo una lunga scala naturale, fatta di radici e rocce, che si inerpicava su per la parete alle spalle della nostra guesthouse.

Dalla cima della scala si poteva ammirare uno spettacolo molto particolare.
L’antica piantagione di albero della gomma di Bukit Lawang ancora attiva, e perfettamente integrata nella foresta, si estendeva in una fascia di circa 500m tra il confine e la parte interna.
Gli alberi di gomma si alternavano a vegetazione spontanea, ma essendo stati piantati in modo ordinato risultavano facilmente riconoscibili.
I tipici solchi dei coltelli lungo le loro cortecce li facevano assomigliare a strani costrutti magici, attorcigliati su loro stessi, grondanti questo denso liquido bianco latte, che veniva raccolto in dei gusci di cocco appoggiati alla base dell’albero, alla fine del solco di lama.

Durante il giorno, delle persone sarebbero passate a svuotare le ciotole in dei contenitori più grandi che una volta portati in paese sarebbero stati lavorati in un caucciù che più naturale non si può.

Questo il primo esempio di come l’uomo, una volta resosi conto che aveva fatto un torto alla natura, ha restituito quanto poteva ed ha addirittura potuto guadagnarci ancora.

Alla ricerca dell’equilibrio

A riprova del fatto che l’equilibrio con la natura è l’unica via possibile per garantire la continuità della nostra specie, mi fermo volentieri a riflettere sul fatto che in questo caso specifico, non sono serviti grandi studi o grandi tecnologie per stabilire questo equilibrio, sono state le stesse persone che hanno vissuto le fasi di questa storia che hanno imparato, nel corso di solo un paio di generazioni, come entrare in simbiosi con quell’entità chiamata giungla, che vedevano fino a poco prima come un semplice impedimento al progresso ma che si è rivelata essere invece il primo motore del loro potenziale benessere come esseri umani in un modo di consumi.

Procedendo verso l’interno della giungla, lasciati alle spalle gli alberi della gomma, la questione cambia, ed anche il più distratto ed annoiato dei turisti si renderebbe conto di essere davanti a qualcosa di unico.

Piante di dimensioni gigantesche si innalzano verso un cielo che non puoi vedere ma solo immaginare, tra un raggio di luce e l’altro mentre filtrano dalla fitta e lontanissima canopea.
Non ci si rende conto di quanto il terreno sia scosceso e si alzi ed abbassi continuamente: il labirinto di alberi è sterminato e i suoni quasi assordanti.
L’aria non si muove nemmeno spingendola da tanto è pesante ma dopotutto, mantenendosi ben idratati, si riesce a procedere senza particolari patemi.

Un incontro memorabile

Dopo circa mezz’ora di cammino arriva un momento che non dimenticherò mai.
Insieme ad uno dei figli della nostra guida, sto aprendo strada al gruppo, quando il sentiero – se così possiamo chiamarlo – si disperde e diventa una specie di piccolo piazzale al centro del quale, dall’alto come delle gigantesche dita affusolate, si calano delle enormi liane attorcigliate a loro volta su un grosso tronco caduto a terra.

Su queste liane, ecco il primo, unico, indimenticabile e da quel momento in poi inconfondibile, bagliore arancione.

Un Orangutan.
Vero.
A casa sua.

Si tratta di una femmina adulta. La osservo incantato e, dopo un primo sguardo meravigliato, eterno ed intriso di pathos, mi accorgo che non è sola.
Avvinghiato sul fianco, nascosto sotto l’ascella della madre, un cucciolo piccolissimo si fa strada verso il seno per rubare una poppata mentre con lo sguardo osserva questi strani bipedi di colori strani che si sono fermati a guardarli.

Questo cucciolo è un altro piccolo regalo dell’uomo alla natura, per scusarsi della propria barbarie.

La madre, infatti, è una degli esemplari che sono stati re-inseriti in natura dal centro di Bukit Lawang.
Fu proprio la nostra guida Dani a lavorare con questo (e scopriremo poi con molti altri) esemplare in particolare, e quello avvinghiato al suo pelo, rappresenta la prima generazione di Orangutan nati da un rapporto in natura tra due animali re-inseriti dopo la cattività.

Riuscire ad ottenere risultati di questo calibro nell’arco di meno di mezza generazione umana è davvero sorprendente.
Se teniamo conto che nel Borneo non esiste più materialmente un pezzo di foresta vergine e che sia proprio la foresta vergine l’unico habitat in cui un miracolo del genere può succedere in questi tempi, abbiamo un’idea di quanto importante e fondamentale sia la preservazione di questo tipo di ecosistema. È sotto gli occhi di tutti quanto la scelta di rendere il Gunung Leuser un Parco Nazionale sia stata la salvezza non solo di questa zona, ma anche per intere specie animali che altrimenti potremmo dare come tecnicamente estinte, come l’Orango del Borneo che infatti esiste ormai solo in cattività o semi-cattività. Questo meraviglioso animale è infatti costretto a vivere su delle isole artificiali create appositamente per simulare un ambiente “pacifico” dove crescere e rapportarsi coi suoi simili, ma che è molto diverso da quello che può rappresentare un vero ambiente selvatico.

Nel mondo degli Orangutan

Gli Orangutan sono animali molto intelligenti e non è facile esimersi dall’umanizzare i loro gesti trasformando una richiesta di cibo in un impeto di curiosità, un verso in un tentativo di contatto e non in un avvertimento, un movimento in gioco piuttosto che in minaccia e questo è un altro aspetto che ci deve far riflettere.

Bukit Lawang esiste perché noi tutti si possa, nel rispetto più totale, entrare in punta di piedi nel tempio della natura che è la foresta equatoriale di Sumatra, ma bisogna sempre ricordare che non si sta andando allo zoo e che non si è nemmeno in un film in cui magicamente un cucciolo di Orangutan si staccherà dalla madre e vorrà venire a casa con noi diventando il nostro migliore amico.

In un luogo come questa giungla, si può imparare a conoscere il significato di animale selvatico per il semplice fatto che l’ambiente circostante te lo ricorda continuamente, ed è un ottimo allenamento per la vita di tutti i giorni.
Ricordare che un animale, soprattutto selvatico, non risponde alle dinamiche umane più classiche e non interagisce con noi come noi ci aspetteremmo è molto importante. Che si voglia avere a che fare con gli animali selvatici o meno.
Un animale selvatico va osservato a debita distanza, a seconda della situazione e del tipo d’animale; l’interazione dev’essere un’eventualità più unica che rara, con la consapevolezza che c’è una buona probabilità che la stessa interazione possa trasformarsi in qualcosa di sgradevole per uno degli attori in gioco.

L’essenza degli aspetti che sono riuscito ad individuare in questo viaggio, che hanno evidenziato un rapporto simbiotico con la natura circostante da parte degli abitanti di queste terre, è essenzialmente basata sul concetto di rispetto.

Gli abitanti di Bukit Lawang sanno di aver sfruttato malamente ed aver per decenni maltrattato la giungla e le sue creature, ma non è con un senso di colpa che affrontano il futuro che sono consapevoli essere possibile solo in un’ottica di integrazione tra loro e la giungla stessa.
Lo fanno con entusiasmo e massimo rispetto.
Per loro gli alberi sono alla stregua di persone; quindi, perché tagliare un albero per fare un tavolo quando magari basta aspettare un temporale e sarà il fiume a darci il tronco con cui magari faremo anche delle sedie?
Perché usare il cemento quando si possono costruire edifici più belli imparando a lavorare il legno?
Perché usare un gruppo elettrogeno quando si possono sfruttare i pannelli fotovoltaici? (la risposta è “di sera quando manca la luce continuamente per via dei temporali”).

Certo, mi rendo conto che queste sono dinamiche applicabili solo a piccole realtà, ma è sulla forma mentis che mi voglio in realtà soffermare.

Non cercare la Tigre di Sumatra

Uno dei figli della nostra guida, mi raccontava che lui fa da accompagnatore ai trekking che si inoltrano maggiormente nella giungla in cui si dorme sugli alberi in un giro che dura circa cinque giorni.
Timidamente gli chiesi se in questi trekking ci fosse la possibilità di avvistare la rarissima ed estremamente schiva Tigre di Sumatra.
Mi guardò come se avessi detto una bestemmia, per poi mutare la sua espressione in un più rassicurante sorriso.
“La Tigre di Sumatra non devi cercarla, perché se la cerchi, ti trova prima lei”.
E con questo incipit iniziò con un breve racconto che vedeva un gruppo di occidentali non meglio identificati che si impuntò di andare a cercare la tigre durante uno di questi trekking, obbligando la guida di turno ad una deviazione verso una zona più profonda della foresta a seguito delle indicazioni ricevute da alcuni locali.
Il terzo giorno di viaggio, uno degli escursionisti si imbatté in un’impronta inconfondibile e si convinsero di essere sulla strada giusta.
Passarono il giorno successivo a setacciare l’area circostante senza fortuna, ed il quinto giorno a tornare verso il campo base.
Durante la lunga camminata di ritorno, uno di loro sparì e la notte stessa la tigre fu avvistata al confine della foresta.

La morale di questo racconto fu che potevo avere tutti i soldi da occidentale che volevo, ma nessuno di loro si sarebbe messo a cercare qualcosa che ti vede prima che la veda tu e che poi prima di attaccarti aspetta che tu la porti fino a casa tua dove può uccidere anche i tuoi figli.

Queste persone non sono più disposte a mettere in pericolo loro stessi e le persone che amano o il luogo dove vivono solo per i capricci dell’essere umano occidentale o per i soldi.

Quindi la saggezza popolare viene poi confermata dai comportamenti effettivi di questi animali, non lasciando altra scelta ai locali che non di trattarli con il massimo rispetto e timore reverenziale, alla stregua di divinità alle quali portare tributo e chiedere benevolenza in cambio di atti funzionali al loro benessere.
Ma è un’evoluzione di questo sentimento, che possiamo in realtà trovare in tutte le civiltà antiche che si ritrovarono a dover scendere a compromessi con la natura circostante.
In questo caso specifico di “Naturalismo Moderno” l’uomo sceglie di elevare l’animale o l’albero a divinità, per giustificarne il rispetto che si vuole obbligare a provare.
Per essere sicuro di non commettere mai più le atrocità che hanno portato quella divinità quasi a scomparire.

Il villaggio alla fine della stada tornerà la prossima settimana sulla Farmacia della Parola per la seconda e ultima parte del Reportage.

✒️ Filippo Blasetti

📷 Eleonora Rinaldi

4 pensiero su “Il Villaggio alla Fine della Strada | Parte Prima”
  1. La minuziosa descrizione dell’ambiente, il richiamo al rispetto di questa natura, ancora meravigliosa, nonostante l’opera distruttiva degli umani mi ha riportato alle mie letture salgariane di tanti anni fa…

    1. Grazie davvero.
      Sono onorato di aver lontanamente evocato atmosfere come quelle di un Maestro come Salgari. È il potere della natura selvaggia, talmente forte da possedere qualsiasi scrittore. Grazie mille.

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